Il partito anti austerity recessiva

Dietro l’ondeggiamento pauroso di spread e Borse in tutta Europa, tra le righe di articoli comprensibilmente stizziti ma spesso scontati apparsi sulla stampa internazionale, a sorpresa emerge anche un partito d’establishment disposto a giudicare il voto italiano senza cedere al “paradigma Bertolt Brecht”, quello per cui bisognerebbe a questo punto sciogliere il popolo ed eleggerne un altro. Si tratta di un partito trasversale, nel quale militano liberal-keynesiani incalliti come il premio Nobel Paul Krugman, economisti europeisti come Paul De Grauwe, tedeschi eterodossi come l’ex direttore del Financial Times Deutschland Wolfgang Münchau o rigoristi illuminati come Guntram B. Wolff del Bruegel Institute.
7 AGO 20
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Dietro l’ondeggiamento pauroso di spread e Borse in tutta Europa, tra le righe di articoli comprensibilmente stizziti ma spesso scontati apparsi sulla stampa internazionale, a sorpresa emerge anche un partito d’establishment disposto a giudicare il voto italiano senza cedere al “paradigma Bertolt Brecht”, quello per cui bisognerebbe a questo punto sciogliere il popolo ed eleggerne un altro. Si tratta di un partito trasversale, nel quale militano liberal-keynesiani incalliti come il premio Nobel Paul Krugman, economisti europeisti come Paul De Grauwe, tedeschi eterodossi come l’ex direttore del Financial Times Deutschland Wolfgang Münchau o rigoristi illuminati come Guntram B. Wolff del Bruegel Institute. Appartenenti a scuole di pensiero differenti, sono tutti accomunati da un atteggiamento critico della gestione attuale della crisi economico-finanziaria europea: ad Angela Merkel, cancelliera della prima economia europea, imputano il fatto di essersi molto concentrata sul rigore contabile e nient’affatto occupata di curare la mancanza di sviluppo del continente.
In quest’ottica, scriveva ieri Krugman sul suo blog del New York Times, il voto italiano potrebbe servire come “una sveglia, cioè un motivo – per esempio – per dare alla Banca centrale europea semaforo verde per un’ulteriore espansione monetaria, per offrire alla Germania una ragione di procedere con un po’ di stimolo fiscale”. Münchau ieri, auspicando e ritenendo probabile una “grande coalizione” in Italia, ha ricordato che “le riforme strutturali in mancanza di stimolo fiscale falliranno politicamente”. Krugman e Münchau sono troppo eccentrici? Allora si legga quel che scrive Wolff del Bruegel Institute, think tank di cui è presidente onorario il premier uscente Mario Monti: “L’austerity fiscale è servita per cominciare, ora abbiamo bisogno di un’unione fiscale”. Dal voto un po’ scomposto e molto sorprendente degli italiani – è dunque la speranza di questi economisti e intellettuali – potrebbe arrivare una spinta decisiva affinché l’aggiustamento fiscale e di competitività perseguito da Bruxelles non pesi soltanto sulle spalle dei soliti noti. Se l’operazione di riequilibrio riuscisse, allora, da un voto un po’ anti Ue potrebbe venire un risultato piuttosto filo euro.